Così il Cav. dà una mano alle banche senza essere troppo invadente

Roma. C’è una corposa parte bancaria nel decreto anticrisi approvato ieri dal Consiglio dei ministri. L’obiettivo del governo era chiaro ed è stato realizzato: rafforzare i patrimoni delle banche (ma il Tesoro non diventerà socio) affinché le imprese e i cittadini possano continuare ad avere credito dagli istituti, mettendoli così alla pari con i concorrenti europei già sostenuti dallo stato.
29 NOV 08
Ultimo aggiornamento: 09:43 | 19 AGO 20
Immagine di Così il Cav. dà una mano alle banche senza essere troppo invadente
Roma. C’è una corposa parte bancaria nel decreto anticrisi approvato ieri dal Consiglio dei ministri. L’obiettivo del governo era chiaro ed è stato realizzato: rafforzare i patrimoni delle banche (ma il Tesoro non diventerà socio) affinché le imprese e i cittadini possano continuare ad avere credito dagli istituti, mettendoli così alla pari con i concorrenti europei già sostenuti dallo stato. Anche le banche possono essere soddisfatte: gli istituti quotati in Borsa potranno emettere obbligazioni che saranno acquistate fino a tutto il 2009 dal Tesoro (che stima l’operazione tra i 10-12 miliardi, contro i 30 indicati giorni fa dal Financial Times).
Gli istituti tirano un sospiro di sollievo: alcuni vincoli che si pensava il governo volesse inserire nel decreto non sono previsti. Nel provvedimento non compare infatti il vincolo per le banche che ricorreranno alle casse pubbliche di aumentare il credito alle imprese di un tasso percentuale prestabilito. Anche se sarà costituito presso le prefetture – ha spiegato Tremonti – un osservatorio “alla francese” composto da imprenditori e associazioni. Obiettivo: verificare se questi soldi vengono usati davvero per l’economia reale. “Ci è parso che qualcuno pensasse a mandare i carabinieri nelle nostre filiali per controllare se concediamo i fidi ai clienti”, scherza ma non troppo un banchiere che ha seguito la trattativa con l’esecutivo. Inoltre nel decreto non c’è un tetto per le retribuzioni dei manager (ipotesi osteggiata e tacciata di dirigismo statalista dal mondo bancario), ma un codice etico che metterà paletti alle “politiche di remunerazione”. Il decreto è stato così spiegato dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti: “Miglioriamo la posizione finanziaria delle banche per aumentare la leva finanziaria alle imprese”.
I bond potranno essere convertibili in azioni ordinarie “su richiesta dell’emittente”, quindi non su richiesta del Tesoro: una sottolineatura che le banche avevano chiesto e che hanno ottenuto. Il tasso con il quale lo stato sarà remunerato non è indicato nel decreto. Tremonti ha spiegato che il tasso “sarà oggetto di una convenzione” Tesoro-banche e che i bond devono avere per lo stato “ritorni piuttosto consistenti” che verranno poi impiegati per “cause sociali”. Una fonte bancaria dice al Foglio: “Il tasso di remunerazione è ancora oggetto di trattativa tra Abi e Tesoro. Credo che si ragioni su un range dell’8-8,5 per cento. Ma non si esclude che il Tesoro punti a un livello più vicino al 10 per cento, considerati i tassi applicati in operazioni simili in altri stati europei”.

Via il tetto per le imprese industriali
Nel decreto anticrisi c’è anche un’innovazione attesa da tempo, in attuazione di una direttiva europea che mette fine alla separatezza tra banca e industria: salta il tetto del 15 per cento per le partecipazioni delle società non bancarie e non finanziarie negli istituti di credito. E’ previsto che gli incrementi nel capitale delle banche siano autorizzati dall’Istituto centrale governato da Mario Draghi. L’abolizione del tetto era attesa da tempo. La prima a poterne beneficiare è General Electric, in attesa di acquistare Interbanca da Santander. Anche l’imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone, che vede limitata la sua presenza nel Monte dei Paschi di Siena di cui è vicepresidente, ha sollecitato nelle sedi istituzionali il superamento della norma. In questa prospettiva, un compito fondamentale sarà svolto dalla Banca d’Italia che dovrà vigilare sui conflitti di interesse tra soci industriali di banche che erogano credito ai medesimi soci. La novità può comunque rivestire una funzione essenziale per un rafforzamento “privato” e non “pubblico” del sistema del credito. D’altronde – notano ambienti di governo – l’intervento dell’Italia nelle banche è di fatto il più soft e liberale rispetto a quello attuato dagli altri stati europei, che sono entrati come soci nel capitale degli istituti di credito, acquistando azioni e quindi potendo influenzare la gestione. Basti pensare a una notizia di ieri: il governo britannico ha rilevato il 58 per cento della Royal Bank of Scotland.
Non c’è soltanto la parte bancaria nel decreto. C’è anche una norma che di fatto consente ai maggiori gruppi nazionali di difendersi con maggiore possibilità di successo contro scalate ostili di aziende estere. E’ stata infatti modificata la legge sulle opa (offerta pubblica di acquisto). Finora non si poteva contrastare un’opa senza un via libera da parte del 30 per cento dei soci. Oggi questo limite non c’è più.